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Fave dolci

Categoria :

Prodotto da forno.

Espressioni dialettali:

Fave dei morti.

Ingredienti:

Gr. 100 di mandorle, gr. 150 di zucchero, gr. 150 di farina bianca, gr. 50 di burro, un cucchiaio di cannella, la buccia grattugiata di mezzo limone, un uovo. Facoltativa l'aggiunta di acqua di fiori d'arancio.

Zona/e di produzione:

Tutta la Regione.

Metodologie:

Si spellano le mandorle, si pestano e si mescolano con lo zucchero. Vi si unisce un po' di farina, il burro, la buccia grattugiata di mezzo limone, la cannella, l'acqua di fior d'arancio ed anche, volendo, un bicchierino di acquavite. Quando l'impasto e' ben compatto, si divide in tanti pezzetti cui si da la forma di piccole fave. Si mettono nella teglia, si spennellano con un uovo e si cuociono in forno a temperatura media.

Testimonianze:

Nel nostro Paese quasi tutte le feste religiose sono ricordate da piatti tipici, molti dei quali dolci poiche', come sappiamo, nei tempi antichi il dolce non compariva sulla tavola quotidiana ma era una prerogativa delle festivita' o delle ricorrenze speciali. In molte regioni italiane, il 2 novembre, giorno tradizionalmente legato alla commemorazione dei Defunti, facevano la comparsa le fave dolci, dette anche face dei morti, piccoli dolci croccanti, così chiamati proprio perche' ricordano nella forma, le fave. Questo legume e' stato oggetto di superstizioni e pregiudizi sin dai tempi antichi. Si credeva che le anime dei defunti trasmigrassero nelle fave e che le loro radici penetrassero in profondita' nella terra e servissero a mettere in comunicazione con l'Ade, il regno dell'aldila'il che preoccupava non poco i Romani, anche perche' avevano il timore che i morti potessero tornare. Indicevano, dunque, grandi celebrazioni ove le fave assumevano un importante ruolo di scongiuro: se ne cibavano ai banchetti e le utilizzavano ampiamente ai "Lemuralia", le feste lemurali per scongiurare il ritorno degli spiriti (Il 9, l'11 ed il 13 maggio), come ci narra Ovidio (fasti, V, 419-443): "Il padre di famiglia si alza a piedi nudi, a mezzanotte;fa schioccare le dita per allontanare dal volto le ombre, quindi getta dietro le spalle fave nere per riscattare se stesso ed i suoi". Ne' ando' meglio in epoca cristiana, quando San Girolamo proibì alle monache di cibarsi di fave (forse per la vaga somiglianza ad organi sessuali, come sostiene qualche studioso?); a riscattarle ci penso', nel 908, l'abate Odilone, rettore del Monastero di Cluny, che concesse ai suoi frati una doppia razione di fave nella settimana del 2 novembre, perche' avessero energie sufficienti per affrontare le lunghe veglie di preghiera. Invalse pero' presto l'abitudine di offrire le fave ai poveri, nel giorno dei morti e si cominciarono a preparare dolcetti di mandorle, probabilmente ad opera delle religiose di qualche monastero, ed erano così squisiti che la tradizione e' giunta fino a noi, anche se va oggi rapidamente scomparendo.

Commenti:

La produzione e' sia domestica che artigianale; sino a qualche anno fa, tutte o quasi le pasticcerie romane esibivano con orgoglio grandi quantita' di prodotto che, invece, oggi, va facendosi piu' raro. La produzione e' limitata al periodo di novembre.

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