Le prime testimonianze
sulla mozzarella di bufala risalgono al 1400, quando
veniva chiamata semplicemente Mozza, perché la fase
finale del processo di lavorazione termina con la mozzatura.
Il bufalo italiano (Bos Bùbalus) appartiene
alla famiglia dei bovidi ed è originario dell'india
orientale.
Il suo nome deriverebbe dal latino
parlato bufalum.
Dalla documentazione esistente non
è possibile conoscere l'esatto periodo in cui esso fece
la sua comparsa. Secondo alcuni, questo animale fu introdotto
in Italia in epoca longobarda, con le invasioni barbariche
del VI secolo, e precisamente nel 596, da Agilulfo.
Secondo altri, furono i Re normanni che, intorno all'anno
1000, dalla Sicilia, dove il bufalo era stato introdotto
dagli Arabi, lo diffusero in tutta l'Italia meridionale.
Qualcun altro invece afferma che il bufalo era conosciuto
già in epoca greca e allevato in Italia fin dall'epoca
romana. Infine c'è chi sostiene l'origine autoctona
di questo animale, e a sostegno di tale ipotesi, vi
sono il ritrovamento di relitti fossili nella campagna
romana e nell'isola di Pianosa, nell'arcipelago toscano,
e i risultati di recenti studi che proverebbero una
diversità filogenetica tra il bufalo italiano e quello
indiano.
In ogni modo, al di là delle varie
ipotesi, inconfutabili testimonianze della presenza
del bufalo in Italia, inserito in un contesto socioeconomico,
si hanno a partire dal XII - XIII secolo. Dal 300 in
poi, le notizie sui bufali, nelle cronache, diventano
più numerosi: spesso sono solo brevi citazioni, ma sufficienti
a testimoniare la presenza di questo animale nell'economia
agricola di alcune aree del sud della nostra penisola.
In particolare, la bufala si afferma in Calabria, Puglia,
Lucania e in Campania, dove si diffonde con grande facilità
nel basso Volturno. Le piane del Volturno e del Sele
assumono le caratteristiche ambientali più adatte per
l'allevamento del bufalo nel XI secolo completato il
fenomeno dell'impaludamento. Questo animale diventa
poi il padrone incontrastato delle paludi a partire
dal XIII secolo, quando all'impossibilità di destinare
quei terreni si aggiunge il flagello della malaria ,
che provoca uno spopolamento progressivo di quelle zone.
A quei tempi il bufalaro teneva le
bufale sempre allo stato brado o semiselvatico e spesso
le utilizzava, per la loro rustica costituzione, per
arare i terreni più compatti, o come animali da soma
nelle zone acquitrinose, dove i loro zoccoli lunghi
e larghi non affondavano troppo.
Ma, sopra ogni cosa, le bufale erano
preziose per la produzione di latte: ogni mattina, infatti,
dopo averle radunate presso i centri aziendali, detti
"lestre" o "procoi" o, più genericamente "paglire",
i bufalari, chiamandole per nome, le facevano avvicinare
al recinto dei vitelli e le mungevano.
In principio, il latte di bufala veniva
trasformato nello stesso locale in cui veniva munto.
Solo a partire dal 600, si passò a lavorare nelle bufalare,
caratteristiche costruzioni in muratura, dalla forma
circolare con un cammino centrale, intorno al quale,
sotto l'occhio esperto di un Mastro casaro, il latte
diventava formaggio, caciocavallo, burro, ricotta, e
soprattutto provola. Dalla sua professionalità, dipendeva
la qualità della mozzarella: nella fase più delicata
della lavorazione, infatti, la sua abilità, rappresentava
l'unico punto di riferimento.
Il consumo dei latticini bufalini risale
al XII secolo, come ricorda Campanile Castaldo. Già
d'allora, infatti, i monaci del Monastero di San Lorenzo
in Capua, usavano offrire una mozza o provatura con
un pezzo di pane, ai componenti del Capitolo che si
recavano presso di loro, ogni anno, in processione.
Inizialmente, però, sembra, che venissero prodotte più
che altro ricotte e provole, queste ultime pure affumicate,
perché si conservassero di più e potessero essere trasportate
anche lontane.
La mozzarella, invece, per la sua deperibilità
veniva ridotta con scarsa quantità e consumata localmente:
in definitiva la mozzarella si configura in origine
come un sottoprodotto della preparazione della provatura/provola,
circondata da una scarsa considerazione per la difficoltà
di conservazione e di commercializzazione date le peculiari
caratteristiche di freschezza, e perciò destinata ad
un circuito ristretto magari di raffinati degustatori.
Potrebbe forse essere questa, una delle
ragioni, come sottolinea Guadano, dell'assenza di questo
latticino, e non delle provole, dagli antiche presepi
napoletani, in cui invece gli elementi gastronomico-
alimentari sono messi in grande rilievo e rispecchiano
la tradizione alimentare del popolo napoletano.
Sull'etimologia della parola mozzarella,
non sembrano esserci dubbi: essa è il diminutivo di
mozza, da mozzare, tant'è vero che nei documenti più
antichi molto spesso viene definita direttamente mozza,
se non provatura.
Comunque anche il termine mozzarella
è antico: lo troviamo, infatti, per la prima volta nel
1570 in un libro di cucina di un certo Scappi, uno dei
cuochi della corte papale.
Se inizialmente il consumo di mozzarella
era limitato alla zona di produzione, dalla seconda
metà del 700 essa comincia ad essere sempre più presente
sui mercati di Napoli, forse per la benefica influenza
dell'impianto della Tenuta Reali di Carditello, in provincia
di Caserta. Questa, infatti, all'avanguardia nel settore
dell'allevamento, dette un contributo non indifferente
all'incremento della produzione, commercializzazione
e consumo di questo latticino.
La diffusione della mozzarella, comunque,
va di pari passo con l'accrescimento delle vie di comunicazione:
"...con il miglioramento della rete stradale, con l'espandersi
delle ferrovie, i prodotti bufalini cominciano a varcare
i confini della Campania per raggiungere altre zone
di smercio.".
Per questo, già con l'unificazione
d'Italia, si venne a creare fra Napoli e Caserta, ad
Aversa, la famosa "Taverna", che altro non era se non
una specie di mercato all'ingrosso delle mozzarelle
e delle ricotte di bufala che stabiliva quotidianamente
le quotazioni in rapporto alla produzione e alla richiesta.
Per mantenere più possibile la freschezza
e la fragranza del prodotto, fino a qualche decennio
fa, si usava conservare le mozzarelle non in acqua di
governo, ma in fogli di giunco e di mortella, disposte
in cassette di vimini e di castagno. Oggi che questa
tradizione si è persa, ne resta tuttavia il ricordo,
vista l'abitudine che c'è in Terra di Lavoro, di richiedere
la mozzarella usando l'espressione mazzo di mozzarelle,
come se esse fossero ancora chiuse in fasce di giunco.
La Mozzarella di Bufala è un formaggio
a pasta filata, molle, crudo con un particolare bouquet,
ottenuto esclusivamente con latte intero di Bufala,
da consumarsi subito o entro 2-3 giorni. Viene prodotta
nelle regioni meridionali della Campania, Puglia, Lazio.
E' un formaggio reso a Denominazione
Tipica con Decreto 28 settembre 1979, pertanto da non
è da confondere con il Fior di Latte che è un formaggio
a pasta filata molle, fabbricato oramai in molte regioni
d'Italia, ma prodotto con latte vaccino.
Oltre alla qualità del latte, sono le
fasi della lavorazione ad influenzare molto la bontà
della mozzarella. Viene prodotta in forma globosa oppure
in altre forme tipiche
Per ottenere un prodotto con una qualità
organolettica costante è essenziale standardizzare il
rapporto grasso/proteine nel latte di lavorazione.Nei
diversi periodi della lattazione, si osservano nel latte
di bufala ampie oscillazioni nel contenuto di grasso
mentre il contenuto di proteine resta relativamente
costante.
Ne risulta una grossa variazione nel tempo del rapporto
grasso/proteine. Gli effetti di tale fenomeno possono
risentirsi in fase di trasformazione. Se il livello
del grasso nel latte di bufala è elevato e non è bilanciato
da proporzionali quantità di proteina caseificabile
, si hanno, sensibili perdite di grasso sia nel siero
(in fase di rottura della cagliata) che nell'acqua di
filatura.
Poiché il livello medio di proteine
nel latte di bufala è intorno a 4,3-4,7 % , ne consegue
che il contenuto di grasso nel latte che assicura una
buona riuscita del prodotto dovrebbe essere intorno
al 7% circa. Invece, sia che i parti siano concentrati
in un solo periodo dell'anno (ciclo tradizionale) sia
che essi siano scaglionati lungo tutto l'anno (ciclo
modificato), il contenuto di grasso nel latte di bufala
è generalmente superiore al 7%. Per avere, quindi, un
latte di bufala in cui il rapporto grasso/proteine sia
quello ottimale per la trasformazione in mozzarella,
bisognerebbe sottoporre il latte a parziale scrematura.
Questa pratica tuttavia non è approvata dal disciplinare
di produzione del formaggio a denominazione di origine
, pur verificandosi che con una percentuale di grasso
nel latte pari al 7%, si ottiene un formaggio con titolo
di grasso superiore a quello minimo richiesto dal Decreto
di Riconoscimento della Denominazione di Origine, fissato
al 52% di grasso sulla sostanza secca.
La coagulazione del latte viene preceduta
dall'addizione di sieroinnesto naturale (detto anche
"cizza") ottenuto lasciando acidificare spontaneamente
a temperatura ambiente il siero della lavorazione del
giorno precedente. L'acidità del siero innesto utilizzato
è solitamente compresa tra 40 e 60° SH/100 ml.
La coagulazione viene effettuata mediante aggiunta al
latte di caglio liquido di vitello (generalmente di
titolo 1:10.000) il latte viene trasformato in caldaie
di acciaio inossidabile mediamente della capienza di
10 qli. e la quantità di sieroinnesto aggiunta è variabile
e comunque mai superiore al 2,5%. Il riscaldamento del
latte avviene per immissione diretta di vapore (in passato
veniva effettuato mediante l'aggiunta di latte bollente
alla massa complessiva), viene quindi addizionato del
caglio (18-20 ml/qle di latte).
La temperatura ottimale è fra i valori di 34 °C e 38
°C e la durata media della coagulazione non supera in
ogni caso 30 minuti. La coagulazione, in base alle caratteristiche
del latte (più o meno acido) e delle modalità di riscaldamento
del latte in caldaia, può essere accorciata sensibilmente.
La soluzione tecnica ottimale è quella di immettere
il latte in caldaia direttamente alla temperatura di
coagulazione, cercando di mantenere tale temperatura
costante mediante un opportuno sistema di termostatazione.
Di solito, però, il latte viene caricato in caldaia
a temperatura ambiente o allo stato refrigerato e si
procede successivamente al riscaldamento per immissione
di vapore. Le caldaie prive di dispositivo di termostatazione
presentano una elevata superficie di scambio per cui
già in fase di coagulazione il latte comincia a raffreddarsi.
Questi problemi vengono avvertiti prevalentemente nel
periodo invernale durante il quale la lavorazione compiuta
artigianalmente dura sensibilmente di più. Al livello
di processo possono verificarsi effetti diversi.
Da un lato risulta un'estrema variabilità dei tempi
di coagulazione, cosa che non consente di ottimizzare
i tempi di lavorazione nè di utilizzare al meglio gli
impianti. Dall'altro lato, variazioni anomale dei tempi
di coagulazione possono provocare anticipi o ritardi
nell'epoca ottimale di rottura della cagliata , con
il risultato di prodotti con caratteristiche di consistenza
estremamente variabili. Gli esperti sanno bene, infatti,che
da cagliate non sufficientemente mature si ottiene un
prodotto molto compatto e duro mentre da cagliate sovrammature
si ottengono prodotti privi di nerbo che si conservano
per breve tempo.
Per eliminare i rischi di una coagulazione condotta
in condizioni variabili sono state realizzate vasche
di coagulazione di nuova concezione. Queste vasche,
a differenza delle tradizionali polivalenti , sono completamente
chiuse e dotate di dispositivo di termostatazione. Si
riduce, così, il tempo di coagulazione, eliminando anche
la possibilità di inquinamento da corpi estranei o da
insetti, in quanto dotate di sistema di chiusura.
La coagulazione può essere acida o enzimatica. Quella
acida determina una cagliata poco elastica e con poca
coesione (viene utilizzata per i formaggi caprini e
per il mascarpone). La coagulazione enzimatica o presamica,
invece, si ottiene per azione dell'enzima chimasi aggiunto
al latte con il caglio. Si ottiene, così, una cagliata
elastica, consistente e non demineralizzata, con uno
spurgo uniforme. Il grasso inglobato durante la coagulazione
della cagliata, dopo le operazioni di rottura, passa
nel siero che verra' riutilizzato nella produzione del
giorno dopo.
Lo spurgo consiste nella separazione del siero dalla
cagliata. La rottura della cagliata, favorisce lo spurgo
che sarà tanto maggiore quanto più energica è l'azione
meccanica. La rottura viene effettuata di solito manualmente
con un "ruotolo" di legno (bastone alla cui estremità
è fissato un disco di legno con la faccia esterna convessa)
o con uno spino metallico e viene portata avanti fino
ad ottenere grumi caseosi delle dimensioni di una nocciola
(3-6 cm). Molta cura viene posta nelle modalità di rottura
della cagliata.
Quasi sempre la rottura comporta perdita di grasso del
siero (fino all'1%). Queste perdite possono essere limitate
ricorrendo ad un'agitazione lenta con lame o fili metallici
sottili. La rottura può anche essere effettuata con
eliche collegate a motori elettrici a velocità regolabile
o, più comunemente, in caldaie polivalenti con attrezzi
a velocità programmabile. I caseifici che dispongono
di caldaie polivalenti hanno sostituito la lavorazione
manuale artigianale.
La mozzatura e' un processo che si applica tipicamente
ai formaggi a pasta filata e quindi anche alla "nostra"
mozzarella di bufala. Dopo aver lasciato la cagliata
a maturare nel siero caldo ed acido per alcune ore,
si ottiene la solubilizzazione dei sali di calcio e
quindi la demineralizzazione della pasta di mozzarella
che, come risultato, acquista plasticità. Successivamente
viene manipolata e quindi ridotta a filamenti dai quali
si ottiene la pezzatura desiderata, mediante la cosiddetta
"mozzatura", ossia i blocchi di mozzarella vengono presi
con le mani e mozzati secondo il formato desiderato.
La salatura viene realizzata generalmente immergendo
il formaggio in soluzioni saline a diversa concentrazione,
tipicamente con un contenuto di sale che varia dal 10
al 18%. La durata dell'operazione varia da caseificio
a caseificio ma in genere non supera le 10 ore per le
pezzature di 400-500g.
La tendenza attuale è di eliminare la fase di salatura
per immersione in soluzioni saline, salando direttamente
in pasta o effettuando la filatura con acqua salata.
La salatura tradizionale presenta, infatti, alcuni inconvenienti
che possono essere in parte risolti salando il formaggio
in maniera diversa.
Durante la permanenza del formaggio nella salamoia,
il sale penetra in esso per diffusione. Pertanto la
velocità con cui il sale penetra nel formaggio dipende
dalla concentrazione salina della salamoia, dalla temperatura
e soprattutto dalle dimensioni della forma di mozzarella.
Così come viene realizzato nel caseificio, il processo
è estremamente lento, per cui al termine del periodo
di immersione in salamoia la concentrazione di sale
nel formaggio è ben lungi dall'essere uniforme.
La concentrazione di NaCl nella zona centrale di una
mozzarella di circa 10 cm di diametro, tenuta immersa
in una salamoia al 10% è molto bassa anche per tempi
molto lunghi di sosta del formaggio in salamoia. Per
ottenere una concentrazione uniforme di sale nel formaggio
sarebbero necessarie più di 72 ore. Al termine della
permanenza in salamoia, il formaggio risulta molto ricco
di sale nelle zone periferiche, mentre già a qualche
millimetro della superficie il contenuto di sale è pressochè
nullo. Una volta estratto dalla salamoia e immerso nel
liquido di governo la concentrazione di sale nel formaggio
tende a riequilibrarsi. Dagli strati esterni in cui
la concentrazione è molto alta, il sale migra verso
gli strati interni. Durante la permanenza nel liquido
di governo ha luogo, però, anche un altro processo diffusivo
che interessa il sale contenuto nel formaggio. Il liquido
di governo è generalmente costituito da una soluzione
acidula contenente il 2-3% di cloruro sodico. Poiché
la concentrazione di sale nelle zone superficiali del
formaggio è più alta di quella nel liquido di governo
si attiva un processo di migrazione del sale del formaggio
al liquido di governo. Inoltre, durante la conservazione
nel liquido di governo è possibile che il livello di
sale si abbassi eccessivamente provocando il progressivo
sfaldamento superficiale del formaggio.Un altro aspetto
negativo associato alla fase di salatura per immersione
in salamoia è quello dovuto al fatto che durante questa
operazione, oltre ai fenomeni diffusivi che interessano
il sale, si ha una rilevante migrazione dell'acqua che,
per effetto dei fenomeni di osmosi, muove dal formaggio
verso la soluzione salina. Le conseguenze del processo
di perdita d'acqua nel formaggio sono entrambe indesiderate
e consistono nella riduzione di resa del prodotto ed
un sensibile aumento della consistenza.
L'affumicatura è' una pratica che consiste nel sottoporre
le mozzarelle ad un trattamento fumigante.
Nella pratica artigianale il procedimento e' molto semplice:
si pone il prodotto in un recipiente cilindrico e si
fa bruciare della paglia di grano al di sotto del recipiente,
il fumo passando attraverso il cilindro, che viene coperto
alla sua sommità con uno spesso telo bagnato, permette
l'imbrunimento della crosta bianca della mozzarella.Il
colore passa dal bianco porcellana ad un giallo scuro
e la pasta assume un sapore molto caratteristico e gradevole
che sà di ... affumicato.
Successivamente alla salatura il formaggio mozzarella
viene conservato mantenendolo immerso in un liquidi
di governo. Il liquido di governo è costituito in genere
da acqua di filatura a cui viene aggiunto sale e siero
acido diluito. In alternativa viene usata acqua salata
aggiunta di acido citrico e/o lattico.
Quest'ultimo tipo di liquido di governo è quello che
viene ritenuto più idoneo poiché consente di prolungare
la vita commerciale del prodotto, soprattutto nel periodo
invernale. Nel periodo estivo, la composizione del liquido
di governo viene modificata anche in funzione della
destinazione del prodotto e del periodo di permanenza
sul mercato. Per limitare le fermentazioni nel liquido
di governo, nel caso che si prevedano lunghi periodi
di giacenza del prodotto viene utilizzata anche acqua
tamponata a pH sub-neutro, circa 1 Kg per chilogrammo
di formaggio. Il liquido di governo costituisce un costo
di produzione non irrilevante per cui la tendenza attuale
è quella di mettere a punto tecniche di confezionamento
alternative, più economiche.
La conservabilità di un prodotto è strettamente legata
al tipo di materia utilizzata (latte crudo o pastorizzato)
ed alla tecnologia di trasformazione. Il prodotto ottenuto
da latte crudo e sieroinnesto naturale si conserva,
immerso nel liquido di governo, per 3-4 giorni a temperatura
di 4-10 °C senza perdere le sue caratteristiche (superficie
esterna lucida, colore bianco, pasta morbida ed elastica,
sapore particolare di latte fresco con punte di selvatico).
Oltre tale periodo la superficie esterna si sfalda,
la pasta perde la sua consistenza e diventa burrosa
perdendo completamente la struttura a sfoglie sovrapposte,
ottenuta con la filatura. La mozzarella ottenuta con
latte pastorizzato e innesto selezionato presenta, invece,
un tempo di conservazione molto lungo che può arrivare
fino ad un mese (produzioni industriali). Attualmente
il prodotto destinato al commercio locale viene prodotto
a partire da latte crudo, mentre per il prodotto destinato
all'esportazione, nazionale ed estero, viene di solito
prodotto con latte pastorizzato.
Decr. Pres. Cons. Ministri 10.5.93
Riconoscimento della denominazione di origine del formaggio
"Mozzarella di bufala campana"
Art.1 - E' riconosciuta la denominazione
di origine "Mozzarella di bufala campana" al formaggio
prodotto nell'area geografica di cui all'art. 2 ed avente
i requisiti fissati agli artt. 3 e 4.
Art. 2 - La zona di provenienza del
latte di trasformazione e di elaborazione del formaggio
"Mozzarella di bufala campana" comprende il territorio
amministrativo di seguito specificato:
Regione Campania
Provincia di Benevento: comuni di Limatola, Dugenta,
Amorosi.
Provincia di Caserta: l'intero territorio.
Provincia di Napoli: comuni di Acerra, Giugliano in
Campania, Pozzuoli, Qualiano.
Provincia di Salerno: l'intero territorio.
Regione Lazio
Provincia di Frosinone: comuni di Amaseno, Giuliano
di Roma, Villa S. Stefano, Castro dei Volsci, Pofi,
Ceccano, Frosinone, Ferentino, Morolo, Alatri, Castrocielo,
Ceprano, Roccasecca.
Provincia di Latina: comuni di Cisterna di Latina, Fondi,
Lenola, Latina, Maenza, Minturno, Monte S. Biagio, Pontinia,
Priverno, Prossedi, Roccagorga, Roccasecca dei Volsci,
Sabaudia, S. Felice Circeo, Sermoneta, Sezze, Sonnino,
Sperlonga, Terracina, Aprilia.
Provincia di Roma: comuni di Anzio, Ardea, Nettuno,
Pomezia, Roma, Monterotondo.
Art. 3 - La "Mozzarella di bufala campana"
è prodotta esclusivamente con latte di bufala intero,
proveniente da bufale allevate nella zona di cui all'art.
2 e ottenuta nel rispetto di apposite prescrizioni relative
all'allevamento e al processo tecnologico, in quanto
rispondenti allo standard produttivo seguente:
A) Gli allevamenti bufalini dai quali deriva il latte
devono essere strutturati secondo gli usi locali con
animali originari della zona di razza mediterranea,
che devono risultare iscritti all'apposita anagrafe.
B) II latte deve essere consegnato al caseificio entro
la sedicesima ora dalla mungitura, possedere titolo
in grasso minimo del 7% e essere opportunamente filtrato
e riscaldato ad una temperatura variante da 33°C a 36°C.
C) La coagulazione è ottenuta con l'uso esclusivo di
fermenti lattici naturali derivanti da precedenti lavorazioni
di latte di bufala avvenuta nella stessa zona di produzione.
La rottura della cagliata viene proseguita fino ad ottenere
granuli della grandezza di una noce. La maturazione
della cagliata avviene sotto siero per un tempo variabile
in relazione alla carica di microrganismi presenti nei
fermenti aggiunti, ma oscillante intorno alle 5 ore
dalla immissione del caglio. AI termine della maturazione
la cagliata viene ridotta a strisce poste in appositi
recipienti dove, con l'aggiunta di acqua a 95°C, viene
filata e poi mozzata, onde assicurare ai singoli pezzi
ottenuti la forma e le dimensioni previste. Questi vengono
prima posti in acqua fredda per pochi minuti e poi in
salamoia per la fase di salatura cui segue il confezionamento.
II prodotto può essere affumicato solo con procedimenti
naturali e tradizionali: in tal caso la denominazione
di origine deve essere seguita dalla dicitura "affumicata".
D) Forma: oltre alla forma tondeggiante, sono ammesse
altre forme tipiche della zona di produzione quali bocconcini,
trecce, perline, ciliegini, nodini.
E) Peso variabile da 20 g a 800 g, in relazione alla
forma.
F) Aspetto esterno: colore bianco porcellanato, crosta
sottilissima di circa un millimetro con superficie liscia,
mai viscida né scagliata.
G) Pasta: struttura a foglie sottili, leggermente elastica
nelle prime otto-dieci ore dopo la produzione ed il
confezionamento, successivamente tendenza a divenire
più fondente: priva di difetti quali occhiature, provocati
da fermentazioni gassose o anomale; assenza di conservanti,
inibenti e coloranti; al taglio presenza di scolatura
in forma di lieve sierosità biancastra, grassa, dal
profumo di fermenti lattici.
H) Sapore: caratteristico e delicato.
I) Grasso sulla sostanza secca: minimo 52%.
L) Umidità massima: 65%.
Art. 4 - II formaggio a denominazione
di origine "Mozzarella di bufala campana",
deve recare apposto all'atto della sua immissione al
consumo il contrassegno di cui all'allegato A, che costituisce
parte integrante del presente decreto, nel quale risultino
individuati la provenienza geografica e gli estremi
della decretazione con cui si è riconosciuta la denominazione
stessa, a garanzia della rispondenza alle specifiche
prescrizioni normative.
La "Mozzarella di bufala campana" prodotta
con latte proveniente da bufale allevate a stabulazione
semilibera in limitati paddock all'aperto, nell'ambito
e con tecniche tipiche della Piana del Sele, può usare
nella sua designazione e presentazione la qualificazione
"Piana del Sele".
La "Mozzarella di bufala campana" prodotta
con latte, proveniente da bufale allevate a stabulazione
semilibera con ricorso al pascolamento, nell'ambito
e con tecniche tipiche del casertano, può usare nella
sua designazione e presentazione la qualificazione Piana
del Volturno o "Aversana".
La "Mozzarella di bufala campana" prodotta
con latte proveniente da bufale allevate a stabulazione
semilibera, in limitati paddock all'aperto e con ricorso
al pascolamento nell'ambito e con tecniche tipiche del
basso Lazio, può usare nella sua designazione e presentazione
la qualificazione "Pontina".
Art. 5 - E' abrogato il D.P.R. 28.9.79
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