Il Bruss non è
un formaggio, ma una preparazione casearia per lo più
casalinga, nata dall'esigenza di utilizzare gli avanzi
dei formaggi.
Si presenta come una pasta cremosa,
spalmabile, che varia dal bianco avorio al paglierino.
Il "Grande dizionario piemontese-italiano"
del cavalier Vittorio di Sant'Albino (dell'inizio dell'ottocento),
lo definisce "specie di cacio fortissimo, fatto con
altro cacio vecchio ed assai fermentato, impastato nell'acquavite,
con burro e alcune droghe, che poi si chiude e si conserva
in iscatolette".
La tradizione vuole che si mettano in
un recipiente di terracotta i resti di vari tipi di
formaggi, che si aggiunga della grappa, si mescoli (esistono
anche per questo riti magici, un certo numero di giri
a destra e a sinistra) e si lasci fermentare a lungo
la crema che ne esce.
E' sempre più difficile trovare questo
tipo di Bruss, spesso si trova un prodotto meno forte,
senza grappa (a volte con vino bianco), a base di robiole.
C'è chi sostiene che il nome derivi
dalla traduzione piemontese di "bruciare"; tale può
essere la sensazione al palato di chi assaggia un Bruss
molto piccante.
Moltissimi ristoranti offrono il Bruss
in menù, è tuttavia un prodotto tipico delle zone prealpine
o dell'Alta Langa.
Lo si può trovare tutto l'anno, anche
se la stagione migliore è il tardo inverno o la primavera.
Se il gusto è particolarmente forte
ci vuole un vino che sia all'altezza.
Ottimi i rossi tradizionali come il
Barolo, il Nebbiolo, la Barbera, anche se molti conoscitori
lo accompagnano con un Moscato o un passito.
E' ancora vivo qua e là un curioso modo
di dire piemontese: "Mac l'amor a l'é pi fòrt che 'l
bros", soltanto l'amore è più forte del Bruss.
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