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Le commedie della cucina ossia la disperazione dei poveri
cuochi, quando i loro padroni invitano gli amici
a pranzo (scena tolta dal vero, soltanto i nomi
cambiati):
Dice il padrone al suo cuoco:
«Bada Francesco
che la signora Carli non mangia pesce, né
fresco né salato, e non tollera neanche l'odore
de' suoi derivati. Lo sai già che il marchese
Gandi sente disgusto all'odore della vainiglia.
Guardati bene dalla noce moscata e dalle spezie,
perché l'avvocato Cesari questi aromi li
detesta.
Nei dolci che farai avverti di escludere le mandorle
amare, ché non li mangerebbe Donna Matilde
d'Alcantara. Già sai che il mio buon amico
Moscardi non fa mai uso nella sua cucina di prosciutto,
lardo, carnesecca e lardone, perché questi
condimenti gli promuovono le flatulenze; dunque
non ne usare in questo pranzo onde non si dovesse
ammalare».
Francesco, che sta ad ascoltare il padrone a bocca
aperta, finalmente esclama:
«Ne ha più
delle esclusioni da fare, sior padrone?».
«A dirti il vero, io che conosco il gusto
de' miei invitati, ne avrei qualche altra su cui
metterti in guardia. So che qualcuno di loro fa
eccezione alla carne di castrato e dice che sa di
sego, altri che l'agnello non è di facile
digestione; diversi poi mi asserirono, accademicamente
parlando, che quando mangiano cavolo o patate sono
presi da timpanite, cioè portano il corpo
gonfio tutta la notte e fanno sognacci; ma per questi
tiriamo via, passiamoci sopra».
«Allora
ho capito», soggiunge il cuoco, e partendo
borbotta tra sé: «Per contentare tutti
questi signori e scongiurare la timpanite, mi recherò
alla residenza di Marco (il ciuco di casa) a chiedergli,
per grazia, il suo savio parere e un vassoio de'
suoi prodotti, senza il relativo condimento!...». |
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