| Pattuna:
Le 2 versioni
principali:
a) La più
comune portava ad un pane grezzo da mangiare con
salumi o ricotta; si preparava impastando 400
g di farina di castagne in ½ litro d’acqua
salata; la pasta di media consistenza veniva stesa
su sul fondo di un testo, coperta col coperchio
del testo, e cotta per 30’ sotto la cenere;
questo piatto poteva essere insaporito in superficie,
prima della cottura completa, con foglie di menta
o mentuccia;
b) La più ricercata era
una torta di castagnaccio ben lievitata (350 g
di farina di castagne, 50 g di farina bianca,
5 uova, 150 g di burro, lievito, bicarbonato di
sodio); per le feste importanti si tagliava a
metà e si inseriva uno strato di buon zabaione
(oppure le fette venivano accompagnate sul piattino
da un cucchiaio di zabaione - è veramente
squisita! ). Poteva essere cotta anche in stampo
per budini.
Crêpes:
Scendendo in Lunigiana si potevano
gustare frittelle larghe e fini (crêpes),
cotte in padella di ferro appena unta con pennello
sporco d’olio, avvolgenti ricotta cruda
così da formare una tipica omelette da
mangiare subito calda (questo piatto era certamente
importato dalla vicina Garfagnana).
Focacce:
Se ne conoscono diversi tipi a
secoda delle zone di provenienza.
Patunséi ossia focaccette
con impasto di farina, acqua e sale cotte poi
in piccoli testi di terracotta (disposti a pile)
ed isolate dalla terracotta con foglie di castagno.
Barbotta che era un impasto come
il precedente ma cotto in teglia ricoperta sul
fondo con foglie di castagno; l’avvenuta
cottura veniva evidenziata dalla screpolatura
sulla superficie.
Mesc’iada tipica del confine
spezzino la cui cottura avveniva nei tipici testi
di ghisa sempre con foglie di castagno sul fondo.
Polentine:
Piatto povero, come le popolazioni
a cui era destinata, erano i
Mnudìn (minutini) ossia piccole polentine
ricavate da un impasto di 500 g di farina dolce,
2 litri di acqua e sale; si bolliva l’acqua
ed al bollore si univa, a pioggia, la farina e
si toglieva la polentina prima che il tutto si
rapprendesse; si serviva in piccole coppe con
olio d’oliva e formaggio pecorino grattato;
si mangiava al cucchiaio come una zuppa.
Gnocchetti:
Con la stessa materia prima (la
farina era però quella residua dell’anno
prima) si preparavano i cas(s)oti o gnocchetti;
la farina veniva versata in acqua bollente salata
a manciate; si creavano dei fiocchi simili a gnocchetti
che si consumavano, dopo recupero con schiumarola,
conditi con olio d’oliva e pecorino.
Farinata:
Piatto certamente più elaborato
era la fainà (farinata) di Varese Ligure.
Prevedeva l’impasto di 300
g di farina dolce con acqua e sale; si stendeva
l’impasto su una spianatoia, preparata con
foglie di castagno umide, come una focaccia; a
parte si preparava un impasto con 150 g di ricotta,
100 g di parmigiano, 1 uovo e 2 cucchiai di olio
d’oliva; si stendeva l’impasto sulla
farinata e poi, con cura, il tutto andava sul
testo di ghisa caldo; il tutto veniva coperto
con altro testo (coperchio) sul quale veniva posta
la brace che in 20’ ultimava la cottura
(se non si ha il testo, che ora si può
trovare facilmente in Albareto, si può
cuocere per 20’ in forno a 160°-170°
su una placca ricoperta di foglie di castagno).
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