| Testimonianze: |
Nel vovabolario dialettale calabrese di L. Accattatis, la voce "tarallu" e' tradotta con ciambella, cantuccio, biscottino. Proviene dal latino "teris" che vuol dire lungo e rotondo, al quale viene aggiunta una desinenza diminutiva italiana, come se si dicesse in latino barbaro "terellus", cioe' alquanto lungo e rotondetto, come sono appunto questi biscotti. Nel dizionario dialettale di G. Rohlfs, la voce "taraddu, tarallu, taraju, tiradda" e' tradotta con biscotto a forma di ciambellina. In ambedue i dizionari, infine, "tarallu" e' definito anche l'uomo stupido. Secondo il Dizionario etimologico della lingua italiana di Cortellazzo, alla voce tarallo si legge: "biscotto dolce a ciambella tipico dell'Italia meridionale". L'etimologia - sottolinea l'autore della voce - e' oscura; potrebbe derivare dal francese antico "toral" cioe' "seccatoio", dal latino "torrere", "abbrustolire" o dal greco "doratos", cioe' una sorta di pane. Si fa risalire il termine tarallo anche ad una vaga base italiana "tar", cioe' avvolgere. Ma il tarallo e' anche chiamato "squadatu" (scaldato, lessato) o "squadatiellu", essendo cotto in acqua. Questo ultimo modo di dire e' tipico dei paesi intorno a Cosenza dove si usa la desinenza (llu). I paesi sono Luzzi, Fagnano, Bisignano. Il tarallo a Fagnano Castello, a Roggiano Gravina, a San Marco veniva chiamato "piscialiettu" perche' dopo lessati le contadine mettevano a scolare i taralli sul letto (dopo avervi steso una tovaglia) perche' non avevano spazio e mobili. In paesi come Luzzi e dintorni c'e' una differenza di fattura tra due tipi di taralli: i "viscuotti" (biscotti) salati e piu' sottili e croccanti ed i taralli veri e propri, dolci, piu' alti e friabili, con una scanalatura sul bordo. |